Ricevo da Fahrenheit - Radio3, attraverso la mailinglist a cui sono iscritta:
Si chiama UniLiber. Consiste nel fornire agli studenti universitari dell'Aquila i libri di testo necessari a sostenere gli esami che sono andati perduti nel terremoto del 6 aprile. Volete dare loro una mano? Avete un volume compreso in questa lista? Se lo avete speditelo a UniLiber, via Saragat 7, presso il CPO (Centro Postale Operativo), 67100 L'Aquila. L'elenco verra' periodocamente aggiornato. Un modo concreto per contribuire alla ricostruzione del tessuto sociale nelle zone colpite dal sisma. UniLiber e' una iniziativa promossa da Fahrenheit e dal Consiglio Studentesco dell'Università dell'Aquila, in collaborazione con il CNGEI (Corpo Nazionale giovani esploratori italiani) e la Protezione Civile.
www.fahre.rai.it ::: fahre@rai.it
Ricasco sempre nella stessa debolezza. Non riesco a fregarmene.
Il giudizio degli altri. Ha ancora sempre un peso. Che non mi scivola addosso.
O meglio: la paura del giudizio degli altri. Al di là che avvenga oppure no.
Un fantasma, insomma.
Un fatto sociale, dice Paola, non sono mica l'unica.
Fatto sta che, di tanto in tanto, 'sta cosa mi frega.
I dubbi sul blog continuano, imperterriti.
Continuo a non trovare il senso di scrivere qui. Ci vanno un tempo e un'energia, che in questo momento mi servono altrove.
E, soprattutto, preferisco l'intimità di un libro, per certe scritture e letture.
Scrivere qui è come urlare al mercato. Non mi piace.
Scrivere banalità mi pare inutile.
Del resto, fuori dal diario non scrivo nulla, in realtà.
Sarà che la scuola mi impegna moltissimo, e quest'anno più che mai. Sarà che conciliare famiglia, scuola e lavoro è sempre un gran casino. Sarà che il mio bisogno è cambiato.
Le parole arrivano fino a un certo punto. Il corpo, col suo movimento spontaneo, la sua danza libera, raggiunge profondità ancora più grandi, esprime verità.
Mi piacerebbe un connubio, di danza e scrittura. Non so come, non so quando. Non so dove. Ma mi piacerebbe.
Nei giorni scorsi mi son proprio goduta Il ritratto di Dorian Gray ed è stata una lettura davvero piacevole. Grazie per i vostri pareri.
Invece ieri è nevicato così tanto ma così tanto, che siamo rimasti a casa tutti e quattro (anzi, sei, gatti compresi) perché c'era il blocco dei mezzi pubblici e non si poteva andare né a scuola, né a lavorare. Che dispiaceeeeeeere...
Stamattina, quando sono scesa in città, ho visto rami di alberi piuttosto robusti spaccati alla grande, addirittura in qualche caso sradicati proprio!
Ma, dico io, qui di neve ne è venuta molta di più, ma proprio molta molta di più, d'accordo non ci ha piovuto sopra, e tuttavia i rami - pur piegati e aggravati dal peso - reggono benissimo.
Però è bella, tutta questa neve, in fondo in fondo.
C'è un sacco di gente attorno a me che sta male.
C. ha una malattia progressiva che negli ultimi tempi è peggiorata sensibilmente.
G. è piena di ansie e attacchi di panico e emicranie.
G. sta combattendo contro gli effetti collaterali della chemio.
S. è invischiata in un pantano di ipocondria.
Curvi ed io stiamo frequentando un corso di balli caraibici. Una figata. Ci piacciono, ci divertiamo, ci seduciamo, conosciamo nuova gente. Un momento per noi. Assolutamente vivifico. Ne avevamo gran bisogno.
Eppure, in sordina, aleggiano beffardi i sensi di colpa.
Curvi: Ma perché devi sentirti in colpa?
Io: Perché loro stanno male e io mi diverto. Loro darebbero non so cosa per tornare a vivere "normalmente", ma non possono. Io, adesso, sì.
Curvi: Si tratta di allargare gli orizzonti.
Io: Cioè?
Curvi: Guardi basso e vedi una cosa. Guardi più in là e vedi loro. Alzi lo sguardo ancora di più e vedi popoli in guerra, violenze, gente che muore ogni momento.
Io: Non è la morte il problema, la morte fa parte della vita. Sono certi tipi di sofferenze che a volte sono pazzeschi.
Curvi: Appunto. Ma se tu ti senti in colpa, fai star meglio C. o le altre?
Io: No, lo so. So anche che noi abbiamo proprio bisogno - un bisogno psico-fisico - di tornare a fare queste cose.
Curvi: Si tratta di cercare di vivere con equilibrio la vita, ciascuno la propria.
Curvi ha ragione. Ma il cuore, a volte, è più lento.
Questo blog è iniziato così, per una spinta quasi di sfida. Non mi piacevano i blog. Non so più nemmeno perché. Forse li vedevo come un parolaio. Eppure mi piaceva parlare di storie, mie altrui, mi piaceva leggerle.
Poi la vita è diventata LA storia. E l'obiettivo è cambiato. Preferivo le persone in carne ed ossa, la comunicazione dei corpi, non solo parole, ma unità delle une e dell'altro.
E mi sono ripresa la MIA vita, quella più naturale, più intima e vera, libera.
La parola scritta era sospesa. In tutto questo tempo solo il diario godeva delle mie storie. A chi mi chiedeva "non scrivi più?" rispondevo "la scrittura è sospesa, tornerà in un secondo tempo".
Non so se sia giunto ora quel momento. Non so nemmeno se questo blog abbia ancora un senso.
Intanto sono qui. Senza fretta.
Però, caspita, è un bel casino rileggere i miei blog preferiti. Un sacco se ne sono andati. Chissà, forse torneranno. Prima o poi. Ci sto provando anch'io.
Sto cercando di scaricare Spybot & Destroy, ma l'ultima versione proprio non mi riesce. D'altra parte, con una linea analogica, cosa vuoi riuscire a fare? Ma qui, sulle montagne di Heidi, non c'abbiamo mica l'adsl, noi!
Sono al quarto anno della scuola e sto iniziando a fare il lavoro che mi piace. E' una gran goduria. Finalmente!
Che roba, però... qui ci sono un sacco di ragnatele...
La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro.
Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo.
Woody Allen
La letteratura,
come tutta l'arte,
è la confessione
che la vita non basta
(Fernando Pessoa)
Arterìa è anche pagine e si racconta. Arterìa è un luogo in attesa, è uno spazio di partecipazione, di storie. Arterìa vuole raccontarsi e decide di raccontarsi attraverso chi Arterìa la vive, e la cammina, la sceglie anche da lontano.
Nasce da qui l’idea di un concorso letterario. Una scusa, un motivo, per leggerci e raccontarci, l’Arterìa e la sua gente.
Ogni due mesi la redazione di Arterìa proporrà un tema, una variazione. I racconti dovranno essere inediti, avere una lunghezza di massimo 5 cartelle (9000 caratteri spazi inclusi) e dovranno essere inviati a ufficiostampa@arteria.bo.it.
Ogni due mesi la redazione selezionerà 5 tra i racconti pervenuti che verranno pubblicati sul blog Arteria Racconta e successivamente letti in pubblico dagli autori durante gli aperitivi letterari organizzati da Arterìa Racconta.
L’Arterìa prevede la pubblicazione di un volume, “Arterìa Racconta”, comprendente i migliori scritti pervenuti in redazione.
***
Prima variazione: BOLOGNA
… Però che Bohéme confortevole giocata fra casa e osterie quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie... Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura e i vecchi "imberiaghi" sembravano la letteratura... Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma Bologna...
Questo è il primo tema scelto: Bologna. Da qui, da dove l’Arterìa nasce e vive, vogliamo partire. Raccontateci Bologna,
Bologna in poche pagine, le vostre.
Il termine per inviare i racconti a tema BOLOGNA è fissato per il 31 dicembre.
I racconti dovranno essere inediti e avere una lunghezza di massimo 5 cartelle (9000 caratteri spazi inclusi) e dovranno essere inviati a ufficiostampa@arteria.bo.it.
Cos’è Arterìa: da uno storico locale di pubblico spettacolo situato nel cuore di Bologna è nato Arteria. Ristrutturato con tecniche e materiali propri dell’architettura naturale, Arteria ha dato vita a uno spazio che fa dell’interazione tra natura e tecnologia la sua caratteristica principale. Le pietre antiche delle cantine di un palazzo millenario entrano a far parte della scenografia globale e accompagnano la nuova vita dello storico locale di vicolo Broglio.
Arteria è un’idea in continua evoluzione, aperta a 360° verso tutte le forme d’espressione culturali ed artistiche, dalla musica, all’arte, dallo spettacolo alla buona cucina; un’idea che si propone di offrire stimoli, qualità e possibilità di interazione per una rivitalizzazione culturale e sociale.
Respiro. Il primo ritmo quando si nasce. La prima azione, la prima danza.
Un rapporto d'amore: con l'aria, che accolgo e lascio andare, un ricevere e un dare. Senza la quale morirei.
Respiro. Che blocco, quando ho paura. Accelera, annaspa, corto.
Respiro. Contraggo, e rilascio.
Respiro. Vita che viene, m'impregna, s'impregna di me, e va, con la mia impronta nell'aria.
Respiro. In- ed es-. In- profondo, es- lungo, come una scia. Soffio vitale.
Nodi che si sciolgono. Il corpo che si apre, e si chiude. Ricevo, e lascio andare.
Respiro. Il primo. E l'ultimo.
Respiro. Riparto sempre da lì. E posso.
Mi sta tanto sui coglioni aver compiuto 40 anni.
Sono cominciati gli -anta, porca puzzola! Il che mi fa un certo effetto.
I 40 anni mi sembrano un'età perfida, che ti piglia per il culo: le persone più giovani ti vedono irrimediabilmente vecchia, quelle più vecchie nostalgicamente giovane; in realtà, non sei né l'una né l'altra.
È un'età beffarda, ecco.
A volte non riesco a essere ciò che sono, perché temo più come appaio. So che sono seghe mentali, eppure non riesco ad evitarle. Passeranno.